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La moda torna al protezionismo. Questa volta si chiama sostenibilità

11 minuti fa
Tempo di lettura: 3 min

La Francia ha deciso di colpire economicamente l’ultra-fast fashion con un sistema di penalizzazioni che può arrivare fino a 12 euro per prodotto, con un tetto pari al 50% del prezzo di vendita. La misura entrerà progressivamente a regime nei prossimi anni e si inserisce in un quadro europeo che sta aumentando i costi regolatori per chi vende prodotti tessili nel mercato comunitario. Pechino ha reagito definendo la legge francese una barriera commerciale discriminatoria e minacciando possibili contromisure.


La discussione nasce formalmente sul terreno ambientale, ma gli effetti economici vanno oltre. Il modello dell’ultra-fast fashion si regge sulla possibilità di immettere sul mercato migliaia di referenze, con prezzi molto bassi, cicli produttivi estremamente rapidi e spedizioni dirette al consumatore. Aggiungere anche pochi euro al costo di ciascun prodotto significa intervenire direttamente sulla struttura economica che ha consentito a piattaforme come Shein e Temu di crescere in Europa.



Il tema non è nuovo nella storia della moda. Per decenni tessile e abbigliamento sono stati tra i settori più protetti del commercio internazionale, prima attraverso quote quantitative e poi tramite dazi. La progressiva liberalizzazione degli scambi ha favorito lo spostamento della produzione verso l’Asia e abbassato sensibilmente i prezzi dei prodotti importati. Oggi le barriere stanno tornando, ma assumono forme diverse.

Dal luglio 2026 l’Unione Europea applica anche un dazio fisso di 3 euro alle piccole spedizioni sotto i 150 euro provenienti da paesi extra-UE. Nel 2025 ne erano entrate nel mercato europeo circa 5,9 miliardi e il 93% proveniva dalla Cina, con un valore medio inferiore ai 9 euro per articolo. Su prodotti di questa fascia, tre euro non rappresentano un costo marginale: possono cambiare radicalmente la convenienza economica della vendita diretta dalla Cina al consumatore europeo.


A questo si aggiungono le nuove regole sulla responsabilità estesa del produttore, che trasferiscono sulle imprese una parte crescente dei costi legati alla raccolta e alla gestione dei prodotti tessili a fine vita. Anche in questo caso la finalità ambientale è evidente, ma l’effetto commerciale lo è altrettanto. Per vendere nell’Unione europea non sarà sufficiente produrre a costi inferiori: sarà necessario sostenere un insieme crescente di costi di compliance, tracciabilità e gestione del prodotto.

È su questo terreno che la reazione cinese diventa più comprensibile. Pechino non sta contestando soltanto una norma francese sul fast fashion, ma un modello regolatorio europeo che utilizza standard ambientali e tecnici per modificare le condizioni di accesso al mercato. La questione è delicata perché queste misure non discriminano formalmente sulla base della nazionalità delle imprese, ma possono avere effetti molto diversi a seconda del modello produttivo e della struttura dei costi.


La letteratura economica sulle barriere non tariffarie descrive da tempo questo meccanismo. Standard tecnici, requisiti ambientali e obblighi di certificazione possono perseguire obiettivi legittimi e contemporaneamente aumentare il costo necessario per entrare in un determinato mercato. A differenza di un dazio, non impediscono direttamente l’importazione, ma selezionano le imprese che dispongono delle risorse finanziarie, tecnologiche e organizzative necessarie per rispettare le nuove regole.

Non significa che la sostenibilità sia semplicemente un pretesto protezionistico. Le ragioni ambientali che giustificano queste norme esistono e fanno parte delle politiche europee da anni. Ma una regolazione può perseguire un obiettivo ambientale e produrre nello stesso tempo un effetto di politica industriale.

Dopo trent’anni di riduzione delle barriere al commercio, il prezzo di una maglietta venduta in Europa torna quindi a dipendere sempre meno soltanto dal costo con cui viene prodotta. Conta anche quanto costa rispettare le regole del mercato nel quale viene venduta. Ed è proprio su questo terreno che sostenibilità e politica commerciale stanno iniziando a sovrapporsi.

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