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Una ballata in bianco nel giardino futuristico di Sportmax

La fashion week di Milano è giunta al termine da qualche giorno e Sportmax è un brand che ha attirato l'attenzione per uno show un po' inusuale. La collezione presentata nasce da una riflessione sui cambiamenti della natura, ma anche sulla natura del cambiamento.

La natura, proprio come le antiche tradizioni e l’artigianato, diventerà un memento mori di meraviglie estinte, dove accurate repliche generate meccanicamente saranno l’unico modo con cui sperimentare la vita in futuro? Esiste un futuro senza il riconoscimento del passato? L’artificiale è il nuovo naturale? La scienza è la nuova poesia? Questi interrogativi, centrali per la narrativa della collezione, trovano risonanza nell’estetica giapponese e nelle sue incarnazioni storiche. Nella seconda metà del XIX secolo il Giappone influenzò il dinamismo dell’Art Nouveau, la moda della Belle Époque, le stilizzazioni degli anni ‘20, fino al più recente ritorno alla fine degli anni ’90: evocato nella poetica futuristica del periodo, consacrato da artisti emergenti nel mondo della musica, del cinema e della moda, come la geisha androide emulata da Björk per la cover dell’album “Homogenic”, o l’alter ego di Madonna in “Ray of Light”. Un’ispirazione che torna nella ricerca della purezza e dei contrasti, nell’esplorazione di silhouette geometriche, in equilibrio tra controllo e astrazione.

Divisa tra la simmetria architettonica di un kimono e le asimmetrie presenti in natura. Una visione che evoca le cerimonie rituali di una geisha, la decostruzione dei suoi abiti e la cintura “Obi”, tradotta in varie forme e interpretazioni sartoriali: nell’audacia dei volumi e nella crudezza basata sull’accettazione della transitorietà e dell’imperfezione, parte della filosofia estetica Wabi-Sabi. In quest’atmosfera clinica il bianco prende vita in ogni sua sfumatura, dall’ottico al vaniglia, tra giochi di luci e texture. Sfumature acide e delicate, insinuandosi, animano questa natura asettica. Materiali strutturati e imbottiti alternano raso lucido, PVC ed eleganti materiali tech a texture opache come cotoni robusti, lino trattato, fibre di carta compattate e pure trasparenze. Tra i dettagli dominanti, le chiusure in velcro generano tensione tra la minimale raffinatezza couture e il suo utilitarismo brutalista. Le stampe sono prestiti fotografici diretti dalle installazioni dell’artista ceco Krištof Kintera. Nelle atmosfere “Postnaturalia” di queste opere, lo sguardo distopico di Kintera rivisita erbari botanici con fiori creati da rifiuti elettronici, in affinità elettiva con il diario “Herbarium” di Emily Dickinson. Il suo lavoro ha rappresentato un’ispirazione fondamentale, ed è stato generosamente condiviso dall’artista per completare e illustrare in modo ancora più intenso la filosofia di questa collezione.



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