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Il rallentamento della Cina secondo il XIV Rapporto annuale di ICCF

Italy China Council Foundation-ICCF ha presentato la seconda parte del suo Rapporto annuale Cina 2023 con un formato rinnovato e più fruibile. Soci, imprenditori e professionisti sono intervenuti per scoprire le nuove prospettive di crescita della Cina, con un occhio rivolto sia agli sviluppi interni sia a quelli esterni. Con questa nuova formula e analisi sempre più approfondite, il Rapporto annuale ICCF si conferma uno strumento indispensabile per piccole, medie e grandi imprese italiane che oggi operano con la Cina o che vogliono iniziare a farlo nel prossimo futuro.

La transizione economica della Cina è un processo intricato e multisfaccettato. Con previsioni di crescita del PIL del 5% nel 2023 e un rallentamento previsto al 4,5% nel 2024, il Paese si confronta con sfide complesse. Queste includono il calo demografico, un elevato livello di indebitamento pubblico, la pressione per innovare e mantenere la competitività globale, e le tensioni persistenti nelle relazioni con gli Stati Uniti. In aggiunta, il risparmio precauzionale mantenuto nella prima metà dell'anno ha limitato una ripresa robusta dei consumi privati, un motore cruciale per la crescita economica futura.


La ripresa disomogenea post COVID

Se ad inizio 2023 ci si attendeva che la Cina avrebbe ripreso a crescere in maniera sostenuta, l’atteso boom economico post-pandemico ha fino ad oggi disatteso le aspettative. I recenti dati sullo stato di salute dell’economia cinese non sono positivi e mettono in luce sfide di vasta portata, partendo da una diminuzione degli scambi commerciali, anche a causa di una domanda più debole da parte dei suoi principali partner commerciali, e degli investimenti in ingresso; a livello nazionale il settore immobiliare è ancora in una posizione precaria, lo yuan sta affrontando una fase di deflazione e il mercato del lavoro per i giovani laureati sta attraversando un momento difficile. Fatta questa doverosa premessa, nei primi tre trimestri del 2023 il Pil è comunque cresciuto del 5,2% su base annua, in linea con l’obiettivo governativo di crescita per l’anno in corso, pari a circa il 5%.

Dal lato dell’offerta, nei primi tre trimestri il traino è venuto principalmente dalla forte ripresa del settore dei servizi, cresciuto del 6% a/a (supportato dalla ristorazione, ricettività e ervizi ICT e finanziari), seguito dal settore industriale (+4% a/a, grazie al manifatturiero) e agricolo (+3,6% a/a). Dal lato della domanda il maggior contributo alla crescita tendenziale del Pil è venuto dai consumi, seguiti dagli investimenti, mentre l’apporto del canale estero si conferma in terreno negativo per il quinto mese consecutivo, con un calo del 7,5%, 12,4%, 14,5%, 8,8% e 6,2% su base annua rispettivamente nei mesi di maggio, giugno, luglio, agosto e settembre, in linea del resto con la contrazione degli ordini esteri in particolar modo da Stati Uniti e Unione Europea.


Il calo import-export e gli investimenti in Cina

Nel primo semestre del 2023, nonostante la riapertura del Paese, l’interscambio della Cina si è mantenuto in terreno negativo, confermando la contrazione delle esportazioni e delle importazioni osservata durante l’ultimo trimestre del 2022. Complessivamente, nel primo semestre del 2023 la Cina ha esportato merci per un valore di USD 16,63 miliardi (-3,2% a/a) e importato beni per USD 12,54 miliardi (-6,7%), per un interscambio commerciale complessivo di USD 29,18 miliardi (-4,7%). Un’analisi dettagliata dell’andamento dell’export cinese rivela che il calo osservato nella prima metà dell’anno ha riguardato in maniera particolare le imprese a capitale straniero per le esportazioni legate al commercio di trasformazione.

I dati del Ministero del Commercio (MOFCOM) cinese e dello State Administration of Foreign Exchange (SAFE) mostrano un’immagine di raffreddamento nel flusso di investimenti in Cina rispetto ai due anni precedenti, nel corso dei quali si era osservata una impennata attribuibile alle forti aspettative per una rapida ripresa del Paese dalla pandemia da Covid-19. In compenso, il settore dei servizi è cresciuto del 5% a/a, raggiungendo un valore di USD 50,3 miliardi.


La presenza italiana in Cina

Il risultato dal punto di vista della presenza di imprese italiane in Cina, per il quarto anno consecutivo, Istat ne registra una riduzione: rispetto alla rilevazione al 31 dicembre 2017, il numero dei dipendenti delle imprese cinesi a controllo italiano risulta calato di oltre 36.200 unità (-25,8%), mentre in termini di fatturato si registra una contrazione nell’ordine del 10%.

Obiettivo per la sanità cinese

In mezzo a queste sfide, la riforma del settore sanitario emerge come un elemento cruciale. Secondo il Piano Healthy China, entro il 2030 il settore sanitario cinese dovrebbe raggiungere un valore di circa Rmb 16 mila miliardi (circa € 2,1 miliardi) e, entro il 2030, la Cina dovrebbe diventare il più grande mercato sanitario al mondo. Con un’enfasi sulla gestione sanitaria, la Cina lavorerà costantemente per migliorare i servizi per la prevenzione e il trattamento di malattie croniche come le malattie cardiovascolari e cerebrovascolari, e malattie infettive come la tubercolosi e l’epatite.


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